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greenpeace contro le trivelle in mare
Il caso Le trivelle zombie avvelenano il nostro mare

Le piattaforme petrolifere improduttive che continuano ad inquinare le nostre coste e che non vengono smantellate per via degli alti costi. Il saccense Giuseppe Marinello, presidente della Commissione Ambiente del Senato, solleva una questione di cui nessuno parla e che pochi conoscono

di Accursio Soldano - 04/04/2016

C’è una domanda che gli italiani dovranno porsi: quanto costa dismettere una piattaforma petrolifera? Evidentemente troppo, visto che nei nostri mari esistono piattaforme non più produttive che però le società proprietarie tengono in bella mostra perché è più conveniente tenerle in vita piuttosto che affrontare i costi di smantellamento. E anche questo è un tema che si inquadra nel dibattito sul referendum del 17 aprile e che è stato portato alla luce in una conferenza stampa al Senato alla quale hanno partecipato i senatori Giuseppe Marinello (Ap), presidente della Commissione Ambiente di Palazzo Madama, Loredana De Petris, presidente del gruppo Misto (Sinistra Italiana – Sinistra Ecologia Libertà), Laura Puppato (Pd), Emilio Floris (Forza Italia), Paolo Tosato (Lega Nord), Gianluca Castaldi (Movimento 5 Stelle), Giovanni Mauro (Gal), Francesco Bruni (Cor), Fabrizio Bocchino e Francesco Campanella (Sel), Gaetano Armao ed altri promotori del Comitato siciliano per il Sì al referendum contro le trivellazioni, Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace e Rosalba Giugni, presidente di Marevivo.

Senatore Marinello, lei ha portato alla luce una questione di cui nessuno parla e, a dir la verità, pochi conoscono. Ovvero che ci sono piattaforme petrolifere che allo stato attuale non sono produttive, eppure esistono ancora. Quelle che lei definisce trivelle zombie...

Si, questo è un aspetto della questione di cui nessuno parla rispetto al referendum sulle trivelle in mare e cioè che la questione della durata della concessione da appaiare a quella della durata del giacimento sia stata ideata perché ci sono piattaforme tenute in vita artificialmente anche se non più produttive o in perdita, solo per non doverle smontare sostenendone quindi i relativi costi. Insomma, delle trivelle zombie che però continuano a inquinare.

Però sono ben presenti nei nostri mari? E com’è possibile? Perché non si smontano?

in questo Paese ci sono piattaforme tenute in vita su giacimenti quasi esauriti o prossimi all'esaurimento. Sono impianti che operano in perdita da un punto di vista economico producendo meno energia di quella che consumano ma come dicevo sono tenute in vita proprio per non ottemperare alla norma fondamentale che prevede la restituzione dello stato dei luoghi nella condizione in cui sono stati trovati.

Insomma, la situazione trivelle è più complessa di quel che si crede e merita un’attenzione costante da diversi punti di vista

Io lo avevo dichiarato due anni fa, il 2 aprile. In quella data l’ordine del giorno sulle trivellazioni nel mare Adriatico, di cui io ero primo firmatario era stato approvato al Senato a larga maggioranza con 180 voti favorevoli, 52 contrari e 8 astenuti. In quella occasione dissi che era un primo ma decisivo risultato sul tema delle prospezioni petrolifere ma che lo stesso doveva essere un punto di partenza e non di arrivo e che occorreva un'attività  incisiva di verifica e controllo di tutte le fasi riguardanti la prospezione, la ricerca, la coltivazione e l'estrazione di idrocarburi in mare. Noi come commissione Ambiente andiamo avanti sulla nostra strada per difendere il territorio italiano.

Cosa fare e come risolvere il problema di queste piattaforme improduttive?

Possiamo discutere di tutto, possiamo decidere di mantenere quelle piattaforme non operative trasformandole in centri di ripopolamento ittico possiamo farle diventare piattaforme per attività sportive, ma non c'è motivo di tenerle per attività estrattiva quando questa viene mantenuta artificialmente proprio per non procedere alle bonifiche.

 

 

 

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