Giovedi 16 08 2018 - Aggiornato alle 04:01

image
#inpocheparole A ciascuno il suo, e niente a nessuno di Dario La Mendola - 04/06/2016

C'è un uomo di nome Benito al dodicesimo capitolo di un meraviglioso romanzo di Sciascia (non se ne scrivono più così, e non si scrive più così, purtroppo). L'uomo dichiara di chiamarsi in questo modo non per quel Benito tristemente ricordato, mano destra tesa, muso allungato e camicia nera, idolo di tutti gli uomini con smania di potere, e idolo soprattutto delle donnicciole del ventennio di primo Novecento (pochi anni fa accadeva con uno che si chiama Sivlio, oggi mi pare accada con uno che si chiama Matteo), il quale, nonostante dimostri più volte di avere qualche rotella fuori posto (tuttavia è divertentissimo), termina la sua entrata in scena con un breve monologo sulla Sicilia a lui contemporanea.

Dice a Laurana, il professore: "Stiamo affondando, amico mio, stiamo affondando... Questa specie di nave corsara che è stata la Sicilia, con il suo bel gattopardo che rampa a prua, coi colori di Guttuso nel suo gran pavese...", e continua, ma non ci riguarda.

Pensando al Benito di Sciascia e la sua citazione pittorica, viene in mente il celebre "Vucciria", di una Sicilia che è mercato di frutti variopinti, e fondoschiena in primo piano: quello dei cittadini.

SCRIVI UN COMMENTO A QUESTO ARTICOLO

scrivi alla redazione